Questo contributo si propone di analizzare gli assemblaggi tecno-cognitivi di cui le piattaforme di streaming fanno parte, e come tali piattaforme creino le condizioni per una “fisionomia” delle abitudini di ascolto, sulla base dei presupposti dell’ascolto automatico distribuito su cui si fonda il loro funzionamento. Prendendo in considerazione la genealogia dei formati musicali digitali (Sterne, 2012), interrogando le ri-mediazioni retromaniache (Reynolds, 2011) all’interno delle piattaforme di streaming, osservando i mutamenti e i conflitti generati dall’automazione (Reynolds, 2011; Burrows e O’Sullivan, 2018) e ricorrendo alla teoria e alla filosofia del rumore (Attali, 1985; Brassier, 2011; Malaspina, 2018; Mattin, 2022), il testo si propone di far luce su diversi vincoli non sonori che informano e modellano il nostro modo di concepire le routine di ascolto, analizzando al contempo le abitudini di ascolto basate sullo streaming attraverso la lente del rumore. Se il rumore è quella perturbazione che diventa prerequisito per un soggetto senza sé (Brassier, 2009), potremmo sostenere che i sistemi algoritmici fondati sul rumore, basati sull’oggettività di ascoltatori meccanici, organizzino il caos dei soggetti desideranti creando l’illusione di un sé unico, ma in realtà diventino il terreno di coltura definitivo per la produzione di soggettività “nemocentriche” (Metzinger, 2004)? Tali soggettività possono essere considerate prive di un centro perché distribuite attraverso gli assemblaggi cognitivi del capitalismo di piattaforma, dematerializzate e disperse. Se il rumore è stato inglobato all’interno dei presupposti di “mascheramento” (Sterne, 2012) tipici del capitalismo di piattaforma, in che modo i soggetti nemocentrici operano sotto le logiche prescrittive delle stesse strutture capitaliste che li hanno prodotti?